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[Itinerari]

I cammini della Maiella

...la Dea madre degli abruzzesi

Immagine: la maiella

Dal mare, un’imponente forma arrotondata. Risalendo il Sangro, si scopre invece un addensarsi di cime solcate da profondi e imponenti valloni, svettanti o piegate da titaniche forze. La roccia carsica ha secrezioni bituminose e resti fossili a vista. Sulle sue pareti, grotte per millenni contese dall’uomo agli animali, pietre sbozzate per chiuderle a difesa delle greggi o architetture a gloria di Dio là dove i più antichi sacrificavano nel grembo della Dea Madre. Tesori e segreti da scoprire. Fara San Martino, il “paese della pietra e dell’acqua”, appare accoccolata alle sorgenti del Verde, protetta dalla montagna. Da qui il vallone di Santo Spirito penetra nel cuore della Maiella fino in cima al Monte Amaro. Cambia aspetto e nome man mano che si salgono i 2300 metri che separano, in dieci chilometri in linea d’aria, il paese dalla vetta. Il sentiero parte dalle Gole di San Martino, spettacolare forra con alte e strette pareti verticali incise dalle acque. Un paradiso per gli arrampicatori. La leggenda vuole che sia stato proprio il Santo ad aprire il varco, con i gomiti, per agevolare l’accesso agli abitanti del posto verso i boschi e i pascoli in quota. Là dove la stretta della gola s’allarga, si incontra lo scavo che intende riportare alla luce il monastero di San Martino in Valle, ripetutamente sepolto da frane e alluvioni. Altro paese poco più a monte, altri tesori. A Lama dei Peligni, i resti di un villaggio e di pitture rupestri del neolitico testimoniano l’antichissima frequentazione umana dei luoghi. Sono in alcuni sgrottamenti e al “Riparo la Pineta”, raggiungibili con le guide dal museo naturalistico-archeologico. Il museo è all’ingresso del paese. Lo contorna uno splendido giardino botanico con centinaia di specie appenniniche tra cui piante tintorie, medicinali, mangerecce. A monte dell’abitato una comoda passeggiata porta all’area faunistica dove l’elegante camoscio d’Abruzzo si concede all’ammirazione dei visitatori senza obbligarli a cercarlo sulla Maiella che oggi ripopola dopo l’estinzione agli inizi del secolo scorso. In un’ora di cammino, dal centro si raggiunge l’eremo di Grotta Sant’Angelo al quale sono legate leggende di tesori nascosti e punizioni impartite ai sacrileghi. Anche in questo caso è meglio affidarsi ad una guida per arrivare al ritiro che si apre nella parete che sovrasta Lama, protetto da una fitta vegetazione. Dopo l’ultima casa, sulla strada che scende a destra verso Taranta Peligna, si incontrano le “Pupe di Lama”, rocce naturali sagomate come persone che sembrano attendere. In direzione di Palena la strada diventa uno spettacolare balcone sulla valle dell’Aventino e guarda i pendii verso ed oltre il Sangro. I Borboni la vollero scavata nella viva roccia e le diedero il nome di “Tagliate degli Abruzzi”. In un breve tratto del tracciato originario, con l’antica galleria che un’idea vorrebbe per un museo della montagna, il sacrario della Brigata Maiella trova la sua quiete e offre l’immensità del panorama alla contemplazione. Poco più avanti, subito dopo il nuovo tunnel, la deviazione per la Grotta del Cavallone. Gabriele D’Annunzio ne fu affascinato e decise di ambientarvi il secondo atto di La figlia di Jorio da cui la grotta trae il suo secondo nome col quale è nota. L’ingresso è nella valle di Taranta Peligna, ma la caverna sviluppa tutta la sua lunghezza nel comune di Lama dei Peligni. Ci si può arrivare sia a piedi in poco più di un’ora, sia con la funivia in venti minuti. All’entrata, sul “Sasso dei nomi antichi”, l’incisione della data 1666 rivela che è conosciuta da almeno quasi quattro secoli. Nelle imponenti sale dai nomi dannunziani, tra le bizzarre concrezioni e le profonde marmitte levigate dalle acque scomparse, la fantasia s’accende. Le guide fermano i gruppi in visita dopo 1200 metri, poco più di un’ora, perché solo agli speleologi è permesso d’andare oltre negli altri bracci. Riprendendo le “Tagliate” si arriva in breve a Palena, salutati dal cartello con la Bandiera Arancione che il Touring Club Italiano le ha assegnato per le sue qualità turistico-ambientali. Tra le tante attrattive, la particolarità di un museo geopaleontologico con un gran numero d’eccezionali fossili, reperti di vita di prima che la Maiella s’innalzasse dal mare, che il Geosito di Capo di Fiume, a monte del paese, restituisce. Si pensa di realizzarvi un “Miocene Park” con percorsi, laboratori didattici e campi di ricerca e studio sul posto. Nelle adiacenze, dove sgorgano le acque dell’Aventino e sul ponte la strada svolta con un tornante, c’è un antico sentiero che s’addentra nel bosco fitto, sotto i balzi di roccia della Porrara. Sale all’Eremo della Madonna dell’Altare, il primo scelto sulla Maiella da Pietro Angelerio, per breve tempo papa col nome di Celestino V. La leggenda vuole che il cenobio, sia stato edificato dove la Madonna apparve ad un pastorello. Recenti lavori hanno restituito solidità alle celle raccolte sullo sperone e in gran parte scavate nella sua roccia. All’interno la penombra è squarciata dalla luce delle piccole finestre che incorniciano l’azzurro del cielo e il verde del bosco. L’odore d’erba bagnata si mescola a quello di pietra antica, inebriando la valle. Si arriva all’eremo anche proseguendo per la strada provinciale, nella faggeta, fino al cartello che indica a destra la deviazione che sbocca nella radura attrezzata davanti al luogo sacro. Tornando indietro, fino all’inizio di Palena, e svoltando per Torricella Peligna, si scende lungo l’ampio spartiacque tra l’Aventino e il Sangro. Al riparo di una grossa rupe, a valle della minuscola Fallascoso e in vista di Torricella, c’è l’Eremo di San Rinaldo. La grotta del Santo è uno stretto cunicolo tra il verde e la cella campanaria è un arco sulla sommità della rupe. Oltrepassata Torricella Peligna verso Gessopalena, si incontra “La Morgia”. La roccia spicca nel panorama, isolata e imponente. Nel dopoguerra, cavando pietre per ricostruire le case distrutte, le procurarono una profonda ferita sulla cresta. Nel 1997, Costas Varotsos – l’artista “che lavora con la luce” – l’ha risanata con lastre di vetro verde che rifrangono i primi raggi dell’alba: è uno spettacolo memorabile, di luce e di roccia. Ancora un po’ più giù e appaiono le case nuove di Gessopalena che nascondono i resti dell’antico borgo scavato e costruito nel gesso, con i cristalli che brillando al sole le danno il nome di Pietralucente. Dal centro del paese si entra nel Borgo di gesso che accoglie un insolito Museo del gesso negli affascinanti ambienti rupestri a cielo aperto. Di fronte, imponente, la Maiella.




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