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Lu Sant’Andonie

Sant’Antonio Abate - 17 gennaio

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In molti centri del Sangro Aventino (Civitaluparella, Casoli, Gessopalena, Lama dei Peligni, Roccascalegna, Torricella Peligna, Villa Santa Maria) si festeggia Sant’Antonio Abate. Nato a Coman (Qiman al ‘Arus), in Egitto, nel 250 d.C. da una famiglia ricca, S. Antonio, dopo la morte dei genitori, decise di donare tutte le sue ricchezze e di ritirarsi come eremita per il resto dei suoi giorni. Il suo cammino ascetico fu d’esempio per tutto il cristianesimo successivo a lui e gli varrà il titolo dei Padri del Monaci; S. Atanasio fu uno dei suoi discepoli e, dopo la sua morte, avvenuta molto probabilmente il 17 gennaio del 356, redasse la sua biografia sotto forma di lettera indirizzata ai monaci occidentali. La Vita Antoniana ebbe una grande diffusione in Europa: in essa, viene narrata l’asprezza della vita eremitica, intesa come rinuncia al mondo e ai suoi piaceri, senza tralasciare le difficoltà che S. Antonio incontrò e avversò con l’aiuto nella fede in Dio: sono note, queste, come le Tentazioni a cui Satana continuamente lo sottoponeva. Il tema delle tentazioni che il Santo subì nel deserto venne rielaborato dalla letteratura medievale giullaresca, fino ad arrivare ad essere cantato e rappresentato in forma teatrale nei nostri giorni: ciò avviene tutti gi anni, intorno alla ricorrenza festiva del 17 gennaio, in Abruzzo e non solo. Particolarmente diffusi sono, nelle immagini delle tentazioni, il tema della donna tentatrice (la lussuria) e del cibo (la gola), che nascondono, invece, le sembianze del demonio.
Nonostante siano passati quasi duemila anni dalla morte di S. Antonio, le manifestazioni di culto a lui dedicate sono ancora molto accese in ambito popolare: ciò è indubbiamente dovuto al definitivo trasferimento delle reliquie del Santo nell’XII secolo da Costantinopoli a Motte Saint Didier, l’attuale Bourg Saint Antoine, nella Savoia francese. Il trasferimento fu compiuto da un nobile che fondò, insieme con altri otto compagni, una comunità ospedaliera di laici che si occupava della cura del “fuoco sacro”, nome popolare dell’ergotismo cancrenoso (ignis sacer), malattia molto diffusa tra i ceti popolari e rurali del Medioevo. Questo morbo terribile provocava l’annerimento degli arti superiori e inferiori, fino al loro completo distacco, con la morte dell’individuo. I membri della comunità di curatori dipendevano dai monaci benedettini e vestivano con un abito di colore celeste con il simbolo del Tau (una “T” che stava ad indicare la Potenza di S. Antonio) impressovi sopra; essi dispensavano aiuto agli ammalati, vivendo di questua. Le comunità cominciarono a fiorire in tutto il continente, con un ritmo incredibile e proporzionato alla diffusione della epidemia dell’ergotismo cancrenoso, ma solo nel 1297, Papa Bonifacio VIII, trasformò gli ospedalieri in ordine religioso di canonici regolari, appartenenti alla regola di Sant’Agostino. I monaci, chiamati dal popolo Antoniani, esistettero fino alla scomparsa dell’ergotismo cancrenoso. La malattia, per questi antefatti, si trovò ad essere sotto il patronato di Sant’Antonio: la cura elaborata dagli Antoniani consisteva nello strofinare le parti infette con acqua e vino nei quali avevano in precedenza immerso le reliquie del Santo; la pratica prevedeva di proseguire la cura strofinando, sulla parte già disinfettata, il lardo del maiale. Per analogia dei sintomi, S. Antonio diviene protettore contro le malattie degli animali di stalla e da cortile, principalmente il carbonchio ovino e l’afta epizootica: di questo protettorato rurale rimane tutt’oggi il rituale della benedizione degli animali, officiata sui sagrati di molte chiese d’Italia nel giorno della sua festa; in alcuni paesi, con l’evoluzione dei mezzi di trasporto, la benedizione degli animali si è trasformata nella benedizione di autoveicoli, motoveicoli e macchine agricole, che hanno sostituito gli animali da trasporto e da aratura.
L’ordine Antoniano, con la scomparsa della malattia, fu accorpato nel 1775 con quello dei S. Giovanni di Gerusalemme o Cavalieri di Malta. Nel XVIII secolo, dunque, il prezioso Santo, rimasto senza una malattia contro cui esercitare la propria protezione, cominciè ad essere invocato contro l’herpes zoster, il male tuttora chiamato “fuoco di Sant’Antonio” anche per via dei bruciori che cagiona. Con la fine dell’ordine, i modi di fare degli Antoniani sopravvissero come manifestazioni rituali legate a S. Antonio: fra essi si ricordano, innanzitutto, la pratica dei frati di andare in giro per le case della gente e questuare in nome del Santo, che sopravvive oggi nelle ritualità paesane di rappresentare le tentazioni di S. Antonio o, più semplicemente, di cantarle casa per casa, ricevendo beni alimentari in omaggio dai proprietari. Secondo poi, bisogna ricordare il privilegio che fu accordato ai monaci nel 1523 da Papa Clemente VII, contemplante la possibilità di allevare maiali liberi nei luoghi in cui vi erano case dell’ordine e alimentarli a spese della comunità; l’allevamento era affidato anche a comunità rurali dove non vi erano istituti monastici e in seguito, quando i maiali diventavano grassi, venivano i frati a ritirarli. I verri erano chiamati porci o porchetti di Sant’Antonio ed erano contraddistinti dagli altri da un orecchio tagliato o da una campanella. Col lardo della loro macellazione, i monaci proseguivano la cura dell’herpes zoster, la quale seguiva la stessa procedura di quella contro l’ergotismo canceroso: la disinfezione della marte malata seguita, poi, da un impacco di lardo e malva. La pratica di allevare il ‘porco di S. Antonio, da cui derivano tutte le rappresentazioni pittoriche del Santo con il maiale, fino ad alcuni anni fa veniva conservata in molti centri dell’area Sangro-Aventino, dove non era difficile osservare che un maialino, segnalato da apposito campanello legato al collo, circolava liberamente tra le stalle ed era generosamente alimentato da tutti, in nome del Santo. La consuetudine venne abolita per motivi sanitari, come tutto l’allevamento degli animali nei centri urbani.

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